Ho appena finito di ascoltare il podcast Globo, di Eugenio Cau.
È un podcast che tratta di esteri, riservato agli abbonati de Il Post.
Nella puntata di oggi Cau intervistava la scrittrice italo-iraniana Pegah Moshir Pour sulle rivolte e la repressione in Iran.
Ad un certo punto ella dice che il film di Paola Cortellesi "C'è ancora domani" è stato visto in Iran e che alcune persone hanno paragonato la speranza iraniana a quella italiana del Dopoguerra: se finalmente il regime crollasse, potrebbero votare e decidere per un'altra vita.
Questo paragone mi ha profondamente commosso.
Siamo un modello inconsapevole.
E purtroppo nel nostro paese non abbiamo più quelle aspirazioni e non riusciamo più a capirle.
Quanti italiani che hanno visto il film hanno capito il finale? Ben pochi probabilmente.
Eppure, in un paese lontano, qualcuno lo capisce.
Quanto è vero che non conta la provenienza ma la sintonia con quello che risuona dentro la gente...
E nel sentire di questa sanguinaria repressione mi viene a mente non la Resistenza, che pure avrebbe senso.
Mi vengono in mente quei poveri ventenni del Risorgimento, studenti visionari, che oggi nessuno ricorda quasi più se non per il nome di qualche via, che si fecero fucilare in nome di un'idea di nazione.
Prima che avessero successo, bisognó che si smuovessero i politici, che i Savoia si suicidassero con e senza Mussolini, ma alla fine siamo diventati Repubblica. Come molti di loro sognavano.
A volte mi chiedo se oggi lo rifarebbero, visto il paese che siamo. Forse sì. Ma ce lo meritiamo?
Ce lo meritiamo ancora di essere eletti a esempio da alcuni giovani coraggiosi che rischiano la vita per un ideale di libertà?
Mentre qui in Occidente la libertà è ormai una parola vuota, in bocca alle peggiori persone come slogan senza senso.





